Orbite e cadute: la cura nascosta dietro True Love Waits
1. CLOSE TO THE SUN
Oggi è il 3 Gennaio. Sto scrivendo questo articolo e non sono certo di quando lo pubblicherò, né di quando tu, caro lettore, leggerai queste parole.
Di una cosa però sono sicuro: oggi, in questo preciso momento, tra queste righe fugaci, il nostro pianeta si trova a circa 147 milioni di chilometri dal Sole, in un punto chiamato perielio. È la distanza minima che raggiungiamo durante l’intero anno.

Questo accade perché un’altra ellisse attorno al Sole si è appena conclusa e, con essa, un altro anno se n’è andato. Senza troppi saluti, come fa sempre il tempo.
L’anno passato mi ha portato molte cose: viaggi in moto, concerti, svolte lavorative e tanta amicizia.
Un anno denso di emozioni, di sfide, di scelte — belle e brutte, come è giusto che sia.
Una di queste esperienze è stata il concerto dei Radiohead, svoltosi a Bologna un paio di mesi fa.
Un’emozione unica. Decisi di prendere i biglietti con un caro amico — lui decisamente più fan di quanto io sia mai stato — e, prima di procedere verso il grande evento, mi sono ritrovato a dover rispolverare vecchie canzoni e ad ascoltarne di nuove che avevo colpevolmente ignorato.
Tra tutte, una mi ha colpito più delle altre: True Love Waits, dall’album A Moon Shaped Pool.

È una canzone disarmante nella sua semplicità: nasce come una dichiarazione e si consuma come una preghiera. Dentro il suo giro armonico lento, ostinato, quasi immobile, riesce a sfiorare — senza mai afferrarlo del tutto — ciò che dell’amore possiamo solo intuire.
La resa totale, senza clausole né difese.
Una forma di cura che non finisce mai davvero.
Ma non è solo questo. C’è anche altro.
C’è una geometria silenziosa dentro questa canzone. Una logica quasi matematica, fatta di ritorni, distanze e attese.
È anche la storia di un pensiero che ha iniziato a prendere forma una sera stellata di Agosto, mentre ero seduto su un muretto fuori da una piccola chiesetta del mio paese. Da lì è nato un ragionamento che, senza che me ne rendessi conto, mi ha portato a scrivere un testo. Quel testo, col tempo, si sarebbe trasformato in The Journal, uno specchio imperfetto di ciò che sono e di ciò che mi attrae.
Proverò quindi a raccontare entrambe le direzioni di questo brano.
Da una parte quella più razionale, quasi geometrica, dall’altra una dimensione più intima e personale.
Due traiettorie diverse, forse.
O forse la stessa, vista da angolazioni differenti.
2. GEOMETRIA DI UNA CADUTA

“Non rimpiangere la tua caduta,
— Icaro, Oscar Wilde
o Icaro dal volo senza paura,
perché la più grande tragedia di tutte
è non sentire mai la luce bruciante.”
Cadiamo.
La Terra sta cadendo verso il Sole anche adesso, proprio mentre scrivo. Eppure non precipita.
È lo stesso motivo per cui una pietra, fatta ruotare intorno alla testa e trattenuta da una corda legata alla mano, non torna mai alla mano stessa.
Non perché non venga attratta, ma perché sta già andando avanti.
I pianeti non smettono mai di muoversi.
La loro inerzia li spinge in avanti, mentre la gravità del Sole costringe quella direzione a curvarsi senza mai spezzarsi. Ne nasce un movimento continuo, una caduta che non arriva mai a compimento.
Il risultato non è l’impatto, ma la permanenza.
Un equilibrio instabile che dura finché nessuno cambia velocità, una certa fiducia nel fatto che tutto resti al suo posto. Quest’atto di fede si chiama “Orbita Planetaria”
E’ il 2018, un astrofisico di nome Matt Russo del Seneca College di Toronto decide di recuperare i dati sulle orbite da una nota piccola agenzia aerospaziale (NASA) e per circa un anno passa il suo tempo a convertire i numeri che ha ottenuto in note musicali attraverso un software.
Dopo aver usato i dati di Mercurio, Venere Terra e Marte — comprimendo miliardi di anni in pochi istanti — è venuto fuori un suono molto simile a True Love Waits
La geometria del brano che descrivevo poco fa ritorna e si collega con il moto dei pianeti
Una melodia lenta, ripetitiva, ostinata.
Fatta di ritorni, di lievi variazioni, di passaggi sempre uguali ma mai identici.
La dimostrazione che l’universo non fa rumore, ma canta per chi sa ascoltare.
3. LA CURA
Mi scuso se i tempi e le parole traballano: questo pensiero è nato di getto, come un soffio catturato al volo in quella sera d’Agosto, tra note che mi hanno sfiorato e immagini che si accavallavano nella mente.
La prima strofa del brano mi ha colpito come un lampo silenzioso: racchiude in sé quell’ostinata volontà di prendersi cura di qualcosa, qualcosa di personale e fragile, come The Journal, che cresce insieme a me.
Ma è anche un augurio silenzioso, rivolto a chi legge: che tu possa custodire con attenzione e amore ciò che ti è caro, rallentando il tempo solo per dare senso a ciò che altrimenti scivolerebbe via.
Andria, 28 Agosto
" I'll drown my beliefs
To have your babies
I'll dress like your niece
And wash your swollen feet."
- True Love Waits, Radiohead
Rovelli con il tempo termico dice che il tempo non è una freccia assoluta, ma emerge dalle relazioni tra sistemi, dall’asimmetria tra passato e futuro che percepiamo a causa dell’entropia. In pratica: non c’è un “orologio cosmico” che scorre, c’è solo il cambiamento continuo delle configurazioni possibili della materia.
L’equilibrio che vediamo nel mondo non è mai davvero fisso, ma una danza continua di forze che si compensano a vicenda.
La cura entra proprio in questo punto: è l’atto volontario di non lasciare che quella danza degeneri nel caos.
Ogni volta che ci prendiamo cura di qualcosa, rallentiamo localmente questa corsa verso il disordine.
Non possiamo invertire il tempo — la tazza rotta non torna intera da sola — ma possiamo costruire nuove configurazioni che creano senso.
Se ci penso, è quasi ironico: ci ostiniamo a credere che le cose “rimangano così come sono” da sole, quando in realtà tutto tende al disordine.
È la cura che frena l’entropia, anche solo per un po’.
Non è solo un gesto pratico — innaffiare una pianta, aggiustare un ingranaggio, mandare un messaggio a qualcuno, chiedersi come sta un amico o chiedere scusa a un familiare — tutto ciò è un atto di resistenza contro il naturale sfaldarsi delle cose.
A volte mi chiedo se non sia proprio la cura, più dell’amore o della paura, la vera forza che tiene in piedi il mondo. Perché senza amore si sopravvive male, senza paura si rischia troppo, ma senza cura… tutto cade a pezzi.
Forse dovrei scrivere un blog…